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APOLOGIA DI FASCISMO A CHIOGGIA!

Qualche considerazione sull' antifascismo e a seguire :

"Il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo" (A. Bordiga)

Periodicamente lo stato si accorge di qualche trasgressore per riesumare il proprio progenitore da sbandierare a mo’ di minaccia ogni qualvolta si metta in discussione la democrazia.

È recente l’episodio di dello stabilimento balneare di Punta Canna, dove il gestore buon tempone ha tappezzato il luogo di cartelli raffiguranti Mussolini, frasi del ventennio e simboli vari.

La cosa (chissà da quanto andava avanti) ha suscitato lo scandalo da parte degli attuali rappresentanti al governo e qualcuno si è preso la briga di proporre un nuovo disegno di legge che inasprisca le restrizioni in materia di apologia di fascismo già esistenti che qui riportiamo:

La proposta di legge di Fiano si chiama “Introduzione dell’articolo 293-bis del codice penale, concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista”. La proposta ha un unico articolo e dice:

«Nel capo II del titolo I del libro secondo del codice penale, dopo l’articolo 293 è aggiunto il seguente:

Art. 293-bis. – (Propaganda del regime fascista e nazifascista). – Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.

La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

Da un punto di vista del diritto borghese è una chiara violazione del diritto di opinione, la questione è stata sollevata dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle che l’hanno definita una legge “liberticida” il risultato è che tutta la sinistra “ordinaria” si è inalberata scandalizzata, trascinandosi dietro anche le frange più “sane” la borghesia può dirsi soddisfatta ha ottenuto il suo risultato, la democrazia è salva!

 

Un triste ritornello che ha ingannato tanti, troppi militanti fin dal 1920, quando dietro il riflusso dei movimenti operai la reazione borghese si faceva sempre più arrogante con i movimenti nazionalisti.

Il nemico non era più la borghesia, ma il fascismo! Come se fossero due cose differenti! Il proletariato e il movimento comunista, oltre a pagare pesantemente in Italia, dove la crescente reazione borghese non trovava adeguata risposta per l’inerzia del PSI e in Germania nel 1924 dove l’ultima scintilla rivoluzionaria fu definitivamente spenta, si è trovato nuovamente intrappolato  a lottare contro lo stesso mulino a vento durante la guerra di Spagna, quando ormai la Russia, completamente sulla via della più aperta controrivoluzione imponeva ai movimenti comunisti di schierarsi dalla parte della borghesia repubblicana e alle sue dipendenze militari per combattere il fascismo.

Una posizione tattica politicamente errata che già aveva fatto i suoi danni con la rivoluzione cinese nel 1927, e che ancora prima era servita a metter fuori giuoco l’ultimo baluardo significativo dell’opposizione alla politica controrivoluzionaria del socialismo in un solo paese, rappresentata dalla direzione del “Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale Comunista”.

La lotta di classe, la rivoluzione comunista internazionale dovevano essere seppellite per sempre sotto le bandiere delle repubbliche democratico parlamentari borghesi! Il triste ritornello purtroppo si ripeté dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, dove giovani leve operaie armate furono gettate allo sbaraglio contro i fratelli di classe tedeschi, affasciandoli senza distinzione come nemici nazifascisti da eliminare e si ripeté il tragico ritornello già vissuto in Spagna nel 37, quando le brigate internazionali agli ordini di Mosca erano più prodighe dei fascisti a dar la caccia e reprimere ogni movimento che aveva anche una minima connotazione rivoluzionaria non allineata con le direttive di Mosca.

Anche durante la resistenza ciò che rimaneva dei comunisti rivoluzionari fu perseguita da entrambi i fronti (nazifascisti e CNL) e purtroppo giovani incoscienti con il fazzoletto al collo, scambiando l’antifascismo come anticamera della rivoluzione, si resero responsabili di non poche vittime nel campo dei comunisti rivoluzionari.

Con la fine del conflitto, licenziato il capro espiatorio di turno e il demodé apparato monarchico prese finalmente vita l’agognata prima repubblica democratico parlamentare!

Fermo restando che fatti fuori Mussolini e qualche sprovveduto gerarca, tutto l’apparato statale costruito durante il fascismo, corporazioni di mestiere, sindacati di stato, accordi col Vaticano, Istruzione, apparati polizieschi e magistratura rimasero tali e quali quelli del ventennio.

Da allora la democrazia è diventata il baluardo dei movimenti cosiddetti di sinistra, il fascismo, unitamente al nazionalsocialismo, sono diventati lo sterco di satana unitamente ai regimi autoritari dipinti con la stella rosa (dire bandiera rossa sarebbe oltraggioso per tutti i caduti del campo rivoluzionario).

Oggi lo stato, come tutti gli stati borghesi, di fronte alla crisi economica inarrestabile ed inevitabile, sempre più incalzante, chiama ancora alla sacra alleanza contro i regimi autoritari (fascisti e comunisti) i proletari e a ogni stormir di fronda vuole manifestare la propria alleanza con i proletari,  assurgendosi ad acerrimo nemico del fascismo, prendendosela con un innocuo giullare di turno, come se non si fosse mai accorta dei cimeli che teneva in casa Indro Montanelli, piuttosto che le suppellettili dei ristoranti di Monte Marcello e altri luoghi d’Italia.

Lega e M5S a ragione e per coerenza politica si scagliano contro la lesa libertà di opinione e lesa democrazia, un po’ meno coloro che si ritengono comunisti, ai quali si invita a guardare oggettivamente quanto è costato al movimento comunista l’alleanza con la borghesia riformatrice contro quella reazionaria, che più volte ha dimostrato una inaudita ferocia anche verso le proprie membra più disponibili ad un compromesso. Per i Comunisti rivoluzionari la democrazia è la forma di oppressione peggiore che il proletariato possa subire, un regime entro il quale ha l’unica libertà concessa, oltre che andare allo stadio, a spendere il proprio salario in beni virtuali, di poter eleggere chi gli garantisce un minor sfruttamento, ma mai, anche lontanamente, gli venga in mente di mettere in discussione il rapporto di lavoro salariato.

Ormai l’antifascismo è diventato un macigno che rischia di diventare la porta tombale del movimento rivoluzionario, in quanto ha coinvolto anche frange che si richiamano alla rivoluzione internazionale, a questi compagni vogliamo dire che ormai non esiste più un pericolo fascista in quanto lo stato ha ormai consolidato il proprio potere e se si esprimerà sempre più con autoritarismo, come sta avvenendo con le imposizioni in campo sanitario con gli obblighi vaccinali e di metodi terapeutici, con accordi commerciali lesivi per le comunità locali e pericolosi per la salute per quanto riguarda l’alimentazione, non fa che mostrare il suo vero volto di stato autoritario di classe.

Di fronte a queste aggressioni finalizzate solo all’incremento del capitale monetario anziché umano, che porta lo stato alle scelte più scellerate di devastazione territoriale e di relazioni umane, ci si può contrapporre solo con la mobilitazione, come sta avvenendo per il decreto legge Lorenzin.

Rivendicare un ritorno alla democrazia contro la rinascita del fascismo vorrebbe dire aver perso ancora il treno della rivoluzione.

I comunisti non si scandalizzano se lo stato borghese viola i principi democratici e i propri stessi valori, compresa la libertà di opinione e di espressione, fa parte della sua natura e del suo percorso per un ordine mondiale gestito da un team di banchieri e imprenditori, all’ordine borghese dobbiamo opporre l’ordine comunista, basato sulla quotidiana battaglia non contro una fantomatica lesa democrazia, ma contro la disoccupazione, le aggressioni ai minimi salariali, le divisioni di classe, le guerre tra poveri, fino a poter metter in discussione il rapporto di lavoro salariato e la proprietà degli strumenti di produzione e dei relativi prodotti, perché ricordiamocelo, non appartengono alla, società nel suo complesso, ma sono monopolizzati da un classe parassita, alla quale non avremo remore a togliere ogni diritto opinione e di espressione che non vada nella direzione della costruzione di una società socialista.

Riproponiamo qui uno scritto di estrema attualità che argomenta con parole senz’altro più eloquenti delle nostre quanto Antifascismo e Democrazia sono lo sterco di satana per il movimento comunista.

"Quando il primo esempio del tipo di governo totalitario borghese si ebbe in Italia col fascismo, la fondamentale falsa impostazione strategica di dare al proletariato la consegna della lotta per la libertà e le garanzie costituzionali nel seno di una coalizione antifascista manifestò il fuorviarsi totale del movimento comunista internazionale dalla giusta strategia rivoluzionaria. Il confondere Mussolini e Hitler, riformatori del regime capitalistico nel senso più moderno, con Kornilov o con le forze della restaurazione e della Santa Alleanza del 1815, fu il più grande e rovinoso errore di valutazione e segnò l'abbandono totale del metodo rivoluzionario".

"Il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo" (A. Bordiga)

La posizione della Sinistra comunista durante la guerra

...Il fascismo è un fenomeno storico mondiale, espressione della politica della classe capitalistica dominante nella fase in cui la sua economia assume i caratteri monopolistici ed imperialistici. Caratteristica essenziale del movimento fascista è l'attacco demolitore alla esistenza di autonome organizzazioni ed inquadramenti di classe dei lavoratori. In tale attacco il fascismo utilizza, oltre alle forze del nuovo partito borghese di classe da esso costituito, quelle dello Stato e di tutti gli altri partiti borghesi, con esso conniventi in questo compito contro-offensivo e di contro-rivoluzione preventiva per il mantenimento dei principii di classe. È respinta come antistorica la tesi che il fascismo consista in una reazione feudalistica o assolutistica medievale, tendente a distruggere le conquiste sociali e politiche della borghesia capitalistica industriale...

La parola politica centrale del partito comunista internazionale in tutti i paesi (come già durante la guerra e l'apparente lotta dei regimi borghesi che si definiscono democratici contro le forme fasciste di governo capitalistico, così l'attuale periodo postbellico in cui gli Stati vincitori della guerra erediteranno e adotteranno questa politica dopo una più o meno brusca e più o meno abile conversione propagandistica), non sarà quella di attendere, di propugnare, di reclamare con parole di agitazione il ricostituirsi dell'ordinamento borghese proprio del sorpassato periodo di transitorio equilibrio liberale e democratico. Il partito respinge quindi ogni politica di collaborazione con gruppi di partiti borghesi e pseudo-proletari che agitino il falso ingannevole postulato di sostituire al fascismo regimi di "vera" democrazia.

Tale politica anzitutto è illusoria perché il mondo capitalistico per tutto il tempo della sua sopravvivenza non potrà più ordinarsi in forme liberali, ma sarà sempre più incardinato su mostruose unità statali, spietata espressione della concentrazione economica del padronato, e sempre più armata di una polizia repressiva di classe; in secondo luogo è disfattista, perché al raggiungimento di questo postulato (anche quando per un breve ulteriore periodo in qualche secondario settore del mondo moderno potesse avere una sopravvivenza), sacrifica le molto più importanti caratteristiche vitali del movimento nella dottrina, nella autonomia organizzativa di classe, nella tattica capace di preparare e di avviare la lotta rivoluzionaria finale, scopo essenziale del partito; in terzo luogo è controrivoluzionaria in quanto avvalora agli occhi del proletariato ideologie, gruppi sociali e partiti sostanzialmente scettici e impotenti ai fini della stessa democrazia che professano in astratto, e di cui la sola funzione ed il solo scopo, concomitanti in pieno con quelli dei movimenti fascisti, è di scongiurare a qualunque costo la marcia indipendente ed il diretto assalto delle masse sfruttate ai fondamenti economici e giuridici del sistema borghese...

I comitati di liberazione nazionale storicamente e politicamente si richiamano a finalità e scopi contrari alla politica ed agli interessi proletari. Di fatto, non possono nemmeno vantarsi dell'abbattimento del fascismo. L'azione clandestina svolta contro il regime fascista ebbe ed ha per coefficienti effettivi le reazioni spontanee ed informi di gruppi proletari e di scarsi intellettuali disinteressati, nonché l'azione e l'organizzazione che ogni Stato ed esercito crea ed alimenta alle spalle del nemico, e solo in minima parte l'influenza dei caporioni politici - vecchi politicanti svuotati o nuovi avventurieri a disposizione di qualunque forza appaia lanciata al successo, venuti fuori come mosche cocchiere subito dopo l'arrivo dei vincitori per il pronto accaparramento delle posizioni di beneficio.

In realtà, la rete che i partiti borghesi o pseudoproletari hanno costituito nel periodo clandestino non aveva come scopo l'insurrezione partigiana nazionale e democratica, ma solo la creazione di un apparato di immobilizzazione di ogni movimento rivoluzionario che avrebbe potuto determinarsi al momento del collasso della difesa fascista e tedesca...

Il problema della liquidazione del fascismo non ha alcun senso, in quanto il fascismo è il moderno contenuto del regime borghese, e si può superarlo storicamente ed annientarlo solo rovesciando il potere della classe capitalistica ed i suoi istituti, compito che non può essere assolto da coalizioni politiche tanto ibride quanto impotenti e per nulla intenzionate a demolire il fascismo, ma solo dall'azione rivoluzionaria del proletariato. Per conseguenza, il partito squalifica e respinge tutto l'armamentario di repressione del fascismo, inscenato dagli attuali governi d'Italia. L'unica seria lotta contro il fascismo non consiste nel rintracciare e perseguitare i militanti, gli squadristi, i gerarchi del periodo fascista, in gran numero già annidati nelle presenti gerarchie, con metodo e stile immutati, ma nello scoprire e colpire gli interessi di classe e gli strati sociali che compirono quella mobilitazione, e che sono i medesimi che tentano oggi di serbare il controllo dello Stato.

Dalla "Piattaforma politica del partito", inizio del 1945.

I tre fattori della vittoria fascista

...Frattanto, il complice di avanguardia della classe dominante italiana, Benito Mussolini, provvedeva a impersonare la riscossa delle forze conservatrici e fondava il movimento fascista. La politica fascista, caratteristica del moderno stadio borghese, faceva in Italia il primo classico esperimento. Col fascismo la borghesia, pur sapendo che lo Stato ufficiale con tutte le sue impalcature è il suo comitato di difesa, cerca di adattare il classico suo individualismo a una coscienza e a un'inquadratura di classe.

Essa ruba così al proletariato il suo segreto storico, e in tale bisogna i suoi migliori pretoriani sono i transfughi dalle file rivoluzionarie. Nella inquadratura fascista, la borghesia italiana seppe in effetti impegnare sé stessa e i suoi giovani personalmente nella lotta, lotta per la vita e per la salvezza dei suoi privilegi di sfruttamento. Ma, naturalmente, il fascismo consisté anche nell'inquadrare nelle file di un partito e di una guardia di combattimento civile gli strati di altre classi tormentate dalla situazione, non esclusi alcuni elementi proletari delusi dalla falsa apparenza dei partiti che da anni parlavano di rivoluzione, ma rivelavano la loro palese impotenza.

Il compito immediato del fascismo è la controffensiva all'azione di classe proletaria, avente scopo non puramente difensivo, secondo il compito tradizionale della politica di stato, ma distruttivo di tutte le forme autonome di organizzazione del proletariato. Quando la situazione sociale è matura nel senso rivoluzionario, sia pure con un processo difficile e pieno di scontri, ogni organo delle classi sfruttate che lo Stato non riesca ad assorbire per irretirlo nella sua pletorica impalcatura, e che seguiti a vivere su una piattaforma autonoma, diventa una posizione di assalto rivoluzionario. La borghesia nella fase fascista comprende che tali organismi, sebbene tollerati dal diritto ufficiale, devono essere soppressi, e, non essendo conveniente inviare a farlo i reparti armati statali, crea la guardia armata irregolare delle squadre d'azione e delle camicie nere.

La lotta si ingaggiò tra i gruppi di avanguardia del proletariato e le nuove formazioni del fascismo e, come è ben noto, fu perduta dai primi. Ma questa sconfitta e la vittoria fascista furono possibili per l'azione di tre concomitanti fattori.

Il primo fattore, il più evidente, il più impressionante nelle manifestazioni esteriori, nelle cronache e nei commenti politici, nelle valutazioni in base ai criteri convenzionali e tradizionali, fu appunto la organizzazione fascista mussoliniana, con le sue squadre, i gagliardetti neri, i teschi, i pugnali, i manganelli, i bidoni di benzina, l'olio di ricino e tutto questo truce armamentario.

Il secondo fattore, quello veramente decisivo, fu l'intiera forza organizzata dell'impalcatura statale borghese, costituita dai suoi organismi. La polizia, quando la vigorosa reazione proletaria (così come da principio avveniva molto spesso) respingeva e pestava i neri, ovunque interveniva attaccando e annientando i rossi vincitori, mentre assisteva indifferente e soddisfatta alle gesta fasciste quando erano coronate da successo. La magistratura, che nei casi di delitti sovversivi e "agguati comunisti" distribuiva trentine di anni di galera ed ergastolo in pieno regime liberale, assolveva quei bravi ragazzi degli squadristi di Mussolini, pescati in pieno esercizio di rivoluzione e di assassinio. L'esercito, in base ad una famosa circolare agli ufficiali del ministro della guerra Bonomi, era impegnato ad appoggiare le azioni di combattimento fascista; e da tutte le altre istituzioni e caste (dinastia, Chiesa, nobiltà, alta burocrazia, parlamento) l'avvento dell'unica forza venuta ad arginare l'incombente pericolo bolscevico era accolta con plauso e con gioia.

Il terzo fattore fu il gioco politico infame e disfattista dell'opportunismo social-democratico e legalitario. Quando si doveva dare la parola d'ordine che all'illegalismo borghese dovesse rispondere (non avendo potuto o saputo precederlo e stroncarlo sotto le sporche vesti democratiche) l'illegalismo proletario, alla violenza fascista la violenza rivoluzionaria, al terrore contro i lavoratori il terrore contro i borghesi e i profittatori di guerra fin nelle loro case e nei luoghi di godimento, al tentativo di affermare la dittatura capitalista quello di uccidere la libertà legale borghese sotto i colpi di classe della dittatura proletaria, si inscenò invece la imbelle campagna del vittimismo pecorile, si dette la parola della legalità contro la violenza, del disarmo contro il terrore, si diffuse in tutti i modi tra le masse la propaganda insensata che non si dovesse correre alle armi, ma si dovesse attendere l'immancabile intervento dell'Autorità costituita dallo Stato, la quale avrebbe ad un certo momento, con le forze della legge e in ossequio alle varie sue carte, garanzie e statuti, provveduto a strappare i denti e le unghie all'illegale movimento fascista.

Come dimostrò l'eroica resistenza proletaria, come attestano le porte delle Camere del Lavoro sfondate dai colpi d'artiglieria attraverso le piazze su cui giacevano i cadaveri degli squadristi, come provarono i rioni operai delle città espugnati, come a Parma dall'esercito, come in Ancona dai carabinieri, come a Bari dai tiri della flotta da guerra, come dimostrò il sabotaggio riformista e confederale di tutti i grandi scioperi locali e nazionali fino a quello dell'agosto 1922 (che, a detta dello stesso Mussolini, segna la decisiva affermazione del fascismo, giacché la pagliaccesca marcia su Roma in vagone letto del 28 ottobre fu fatta solo per i gonzi), senza il gioco concomitante di questi tre fattori il fascismo non avrebbe vinto. E se nella storia ha un senso parlare di fatti non realizzati, la mancata vittoria del fascismo avrebbe significato non la salvezza della democrazia, ma il proseguire della marcia rivoluzionaria rossa e la fine del regime della classe dominante italiana. Questa, ben comprendendolo, in tutti i suoi esponenti, conservatori e social-riformisti, preti e massoni, plaudì freneticamente al suo salvatore.

Se questo giustamente rappresentò il primo dei tre fattori della vittoria, al secondo, la forza dello Stato, vanno dati i nomi dei partiti e degli uomini che governarono l'Italia dal 1910 al 1922, i liberali come Nitti e Giolitti, i social-riformisti come Bonomi e Labriola, i clericali in via di democratizzazione come Meda e Rodinò, i radicali come Gasparotto e così via. Al terzo fattore, costituito dalla politica disfattista dei capi proletari, vanno dati i nomi dei D'Aragona e Baldesi, Turati e Treves, Nenni e compagni, che giunsero, a nome dei loro partiti e dei loro sindacati, a firmare il patto di pacificazione col fascismo, patto che comportava il disarmo di ambo le parti, ma naturalmente valse soltanto a disarmare il proletariato...

Ben presto il nuovo sistema, di cui la chiave evidente era la sostituzione del partito unitario borghese al complesso ciarlatanesco dei partiti borghesi tradizionali (prima realizzazione della tendenza del mondo moderno, per cui in tutti i grandi Stati del capitalismo in fase imperiale amministrerà il potere un'unica organizzazione politica) passò alla liquidazione del personale delle vecchie gerarchie politiche, e questi complici del primo periodo furono liquidati ed espulsi a pedate dalla scena politica. L'episodio centrale della resistenza di questo strato che troppo tardi si accorgeva dello sviluppo degli eventi, ma che storicamente mai avrebbe cambiato strada (perché cambiarla a tempo avrebbe significato rinunziare al sabotaggio della rivoluzione) fu costituito dalla lotta sorta dopo l'uccisione di Matteotti.

Questo gruppo ignobile di traditori invocò e pretese l'appoggio e l'alleanza del proletariato per rovesciare il fascismo, ma nello stesso tempo non cessò dal piatire il legale intervento della dinastia, dal fare l'apologia della legge, del diritto e della morale, tutte armi che non scalfivano per niente la grandeggiante inquadratura fascista, e dal deprecare ogni violenza di masse.

L'avanguardia cosciente del proletariato in tale momento non doveva avere lacrime per la violata libertà di questi sporchi servi del fascismo, ma, dopo avere virilmente sostenuta la bufera della controrivoluzione, ben poteva compiacersi della sorte di questi miserandi relitti delle cricche parlamentari. Da allora, invece, comincia a sorgere il prodotto più nauseante del fascismo, l'antifascismo bolso, incosciente, privo di connotati, incapace di classificare storicamente il suo avversario, incapace di capire che, se questo ha potuto vincere, è perché le vecchie risorse della politica borghese erano fruste e fradicie, incapace di intendere che solo la rivoluzione può superare la fase fascista, e che contrapporvi il nostalgico desiderio del ritorno alle istituzioni e alle forme statali del periodo che la precedette è veramente la più reazionaria delle posizioni.

Durante il suo primo periodo, il fascismo sedò le resistenze, liquidò i residui delle vecchie organizzazioni politiche, impostò la sua non originale e non risolutiva soluzione delle questioni sociali prendendo a prestito dai programmi del socialismo riformista la inserzione nello Stato degli organismi sindacali e la creazione di un meccanismo arbitrale centrale, che, al fine supremo della conservazione dello sfruttamento padronale, compensava i guadagni e le rimunerazioni dei lavoratori contenendo a grandi sforzi in un piano economico generale la speculazione capitalistica.

Ma questo primo esperimento di amministrazione politica totalitaria della vita sociale, nell'ambiente economico italiano di scarso potenziale intrinseco, dette risultati assai meschini, e l'apparente solidità del regime si mantenne solo con l'abuso smodato di una retorica parolaia, che fu la continuazione fedele della vuotaggine del tradizionale parlamentarismo italiano.

Dal punto di vista convenzionale e borghese, il fascismo segnò una nuova era rispetto al ciclo precedente della classe dominante italiana, nelle sue vicende di politica interna ed estera. Contro la concorde, benché opposta affermazione di questa antitesi da parte dei dottrinari da operetta del fascismo e dell'antifascismo, una valutazione marxista riconosce la logica e coerente continuità e responsabilità storica nell'opera e nella funzione della classe dominante italiana prima e dopo il 28 ottobre 1922. Tutto ciò che è stato perpetrato e consumato dopo trova le sue premesse necessarie in quanto si svolse nei precedenti decenni.

Lo stesso movimento fascista, con la pseudo-teoria che mai seppe prendere corpo, nasce con continuità di atteggiamenti, di consegne, di organizzazioni e di capi, dal movimento dei fasci interventisti dal 1914, a cui si richiamano quasi tutti i movimenti che si vantano antifascisti...

Comunque, la situazione succeduta al fascismo è di tale miseria politica, che non contiene nemmeno gli elementi retorici che rispondono a queste banali riesumazioni, alla nuova rivoluzione liberale ed al Risorgimento seconda edizione.

Come si può dire che il più disgraziato e pernicioso prodotto del fascismo è l'antifascismo quale oggi lo vediamo, così può dirsi che la stessa caduta del fascismo, il 25 luglio '43, coprì nel medesimo tempo di vergogna il fascismo stesso, che non trovò nei suoi milioni di moschetti un proiettile pronto ad essere sparato per la difesa del Duce, ed il movimento antifascista nelle sue varie sfumature, che nulla aveva osato dieci minuti prima del crollo, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare la falsificazione storica di averne il merito.

Vi furono negli anni del fascismo ed in quelli di guerra opposizioni, resistenze e rivolte, come vi sono state nelle zone tenute dai fascisti e dai tedeschi lotte condotte da partigiani armati. Ma mentre il politicantismo borghese è riuscito a dare a questi movimenti le sue false etichette liberali e patriottarde, nella realtà sociale tutti quei conati generosi vanno attribuiti a gruppi proletari, che, se nella coscienza politica non si sono saputi svincolare dalle mille menzogne dell'antifascismo ufficiale, nella loro battaglia esprimono il tentativo di una rivincita di classe, di una manifestazione autonoma di forze rivoluzionarie tendenti a schiacciare tutte le forze nemiche degli strati sociali dominanti e sfruttatori.

Il tracollo decisivo del regime fascista è derivato dalla sconfitta militare, dalla logica politica di guerra degli alleati, che, conoscendo la fragilità dell'impalcatura statale militare italiana, hanno localizzato presso di noi i primi formidabili colpi d'ariete della loro riscossa contro i successi tedeschi. Quando il territorio italiano era largamente invaso, il fascismo perse la partita non per il gioco dei suoi rapporti di forza coi partiti italiani antifascisti, ma per il gioco di rapporti di forza tra l'organismo statale militare italiano e quelli nemici...

Poiché la crisi culminante dello Stato borghese italiano (e non del solo fascismo che non era che la sua ultima incarnazione) non coincideva affatto nel tempo con la crisi dell'organismo militare tedesco, si determinò la situazione di liquidazione catastrofica di tutta la forza storica della classe dominante italiana. Questa, nel suo tentativo di gettare a mare l'alleato facendosene un merito agli occhi del vincitore, percorse una via rovinosa, perché in realtà non aveva più forza per costituire una seria pedina nel gioco dell'uno o dell'altro dei contendenti. Cercò di non confessarlo, e tutti gli attuali partiti dell'antifascismo furono complici nella responsabilità di questa vergognosa per quanto vana truffa politica.

Monarchia, Stato Maggiore, burocrazia, dapprima gettano a mare Mussolini, ma, non avendo nulla preparato di positivo per affrontare non tanto il fascismo, quanto il suo alleato tedesco, sono costretti a vivere l'ignobile farsa dei 45 giorni, in cui dicono corna di Mussolini ma proclamano che il popolo italiano deve seguitare a combattere la guerra tedesca. Preparano, poi, non il cambiamento di fronte, impossibile ad un popolo e ad un esercito ormai incapaci di combattere e stanchi di sacrificarsi dopo tutte le vicende passate, ma esclusivamente il loro salvataggio di classe, di casta e di gerarchie, poco curandosi che tale salvataggio di responsabili e complici inveterati della politica fascista duplicasse l'amarezza del calvario del popolo lavoratore italiano.

In questo quadro di clamoroso fallimento corrono a rioccupare i loro posti i partiti della pretesa sinistra antifascista, e quelli che sfruttano i vecchi nomi dei partiti della classe proletaria italiana. Ma nessuno di essi rifiuta la corresponsabilità di questa colossale manovra di inganni e di menzogna.

L'Italia che aveva vissuto per 22 anni di bugie politiche convenzionali, rimane nella stessa atmosfera, aggravata dal disastro economico e sociale. Nessuno dei partiti antifascisti trova la forza di contrapporre alla retorica della immancabile vittoria della banda mussoliniana, l'accettazione coraggiosa della realtà della sconfitta. Essi si pongono sul terreno banale della parola antitedesca cercando invano di presentare ai vincitori una Italia che, facendo per quattro anni la guerra contro di essi, fosse in realtà una loro alleata, e promettendo ciò che nessun partito italiano poteva mantenere, cioè un apporto positivo alla guerra contro la Germania, ed in realtà anche dal punto di vista nazionale non riescono ad un salvataggio parziale ma cadono in un peggiore disfattismo.

Le parole dei giornali dei partiti che si dicono rivoluzionari, echeggianti completamente quelle fasciste - unità nazionale, tregua di classe, esercito, guerra, vittoria - parole altrettanto false quanto allora, mascherano soltanto la libidine di dominio delle classi privilegiate, pronte ancora una volta ad un mercato fatto sulla carne e sul sangue dei lavoratori, e rispondono al tentativo di salvare alla borghesia italiana una posizione di classe economica dominatrice, sia pure vassalla di aggruppamenti statali infinitamente più forti, mediante l'offerta della vita, degli sforzi, del lavoro della classe operaia, a vantaggio prima della guerra, poi del peso titanico della ricostruzione. La borghesia italiana, la stessa che si servì di Mussolini, che plaudì a lui, che lo seguì nella guerra finché fu fortunata, firma coi suoi nemici un armistizio che non può pubblicare, perché con esso ha tentato di risalire dal vortice che la inghiotte a tutte spese di quelle classi che da decenni ha ignobilmente sfruttate e che spera di poter seguitare ad opprimere, se non come padrona assoluta, come aguzzina di nuovi padroni. Di questo segreto contratto e del suo spietato carattere di classe sono volontariamente corresponsabili tutti i partiti che agiscono oggi nel campo politico italiano, che accettarono di coprire la manovra con l'adozione delle false parole dell'alleanza, dell'armamento, della guerra, e che non osano, pur abbeverandosi ad un'orgia di liberalismo, avanzare nessuna timida eccezione critica alla dittatura di queste colossali menzogne.

Ritornando alla tesi-base dell'antifascismo di tutte le sfumature, secondo cui il fascismo fu ritorno reazionario di regimi pre-borghesi e feudali, e dopo la sua caduta si pone il postulato di ricominciare la rivoluzione ed il Risorgimento borghese con la solidarietà di tutte le classi, dalla borghesia al proletariato, e dopo di aver dimostrato l'enorme falsità storica e politica di questa posizione, deve concludersi che, se per un momento la tesi fosse vera, la rinascente borghesia avrebbe dovuto ricominciare il suo ciclo nelle forme iniziali che gli furono proprie, forme di dittatura di classe, di direzione totalitaria del potere, e non di tolleranza liberale.

Lo stesso fatto che le gerarchie politiche oggi prevalenti sono state incapaci a scorgere la necessità, per estirpare il fascismo, di una fase di dittatura e di terrore politico, dimostra che tra il fascismo ed esse - come insegna la valutazione fatta secondo le direttive marxiste - non vi è antitesi storica e politica, che il fascismo nei suoi risultati non è storicamente sopprimibile da parte di correnti politiche borghesi o collaboranti, che gli antifascisti di oggi, sotto la maschera della sterile ed impotente negazione, sono del fascismo i continuatori e gli eredi, e prendono atto passivamente di quanto il periodo fascista ha determinato e mutato nell'ambiente sociale italiano.

E a conclusione di quelli che sono gli aspetti internazionali della commedia e della tragica farsa che va dal 25 luglio all'8 settembre, va ribadito che l'armistizio italiano non fu vero armistizio.

È mancato quel mercato militare che è la base del fatto giuridico di armistizio. Era inutile stipularlo, e bastava proclamare ovunque la consegna dei frammenti di territorio italiano alla forza del primo occupante straniero. Il mercato è stato politico e di classe; quei gruppi, espressione della classe dominante, hanno tentato di barattare il privilegio di governare e sfruttare l'Italia, ossia la classe lavoratrice di questo paese, contro la firma di una serie di condizioni di servitù politica ed economica, che la forza del vincitore era ben libera di realizzare col suo diritto storico, ma che tuttavia la sua propaganda può oggi presentare come giuridicamente garantite.

Con l'armistizio, la casta militare italiana, nella immensa maggioranza, non invertì le direttrici del tiro, ma si preoccupò solo di rubare e vendere il contenuto dei depositi, dopo aver buttato via armi e divise. I fascisti, evidentemente, lo facevano per sabotare l'alleato, gli antifascisti per sabotare i tedeschi. Soltanto a tale risultato poteva condurre il capolavoro della tremenda opposizione antifascista italiana che, con la doppia manovra 25 luglio-8 settembre, coronò degnamente il corso della classe dominante italiana in un secolo di storia. Da allora questo metodo geniale ha preso il nome di "doppio gioco" con la caratteristica della sua miserabilità, e con quella che esso non è servito nemmeno ad ingannare il padrone, da nessuno dei due fronti...

Da "La classe dominante italiana e il suo Stato nazionale", agosto 1946.