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Chi siamo e cosa vogliamo

"La freccia nel tempo"  è stata prodotta,  per dissensi interni, da una componente dell' organizzazione "sul filo rosso del tempo" che si esprimeva nel sito "PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (Sul filo rosso del tempo)" (non più attiva)  già facente parte de "il programma comunista" .

Essendo venuto a mancare fisicamente l'elemento propulsore di questa iniziativa, chi collaborava ha deciso di mantenere il sito così come era stato concepito, anche se non vi era piena condivisione su alcuni argomenti, sui quali l'attuale amministrazione eviterà di porre propri commenti., limitandosi a segnalare gli articoli in testata con "La freccia nel tempo

Si ritiene che tutte le problematiche, che hanno tormentato il percorso della sinistra comunista, siano legate alla concezione del Partito, della struttura che deve darsi e del suo rapporto con la classe, anche se espresse con estrema chiarezza nelle tesi che vanno dal 1920 al 1965, ancora non si sono trovate le componenti fisiche atte a impersonarlo formalmente.

Pertanto l'obiettivo di questa rivista è ora di tenere aperta la discussione sul tema Partito alla quale tutti sono invitati a dare un contributo.

Ci si ritiene "Organo del Partito" in quanto siamo “solo una parte” dell’ Organismo che compone il Partito, dilaniato, smembrato e disperso, dalla controrivoluzione,  in tanti singoli rivoli ora distanti tra loro.

Il nostro riferimento rimane quello espresso nelle tesi che vanno dal 1920 al 1965, che definiscono Il "Partito comunista internazionale" in quella che dovrebbe essere l' espressione formale del partito storico così come enunciato nel Manifesto dei comunisti del 1848 . In attesa che la ripresa del movimento di classe ricomponga la sua struttura formale, il tema si svilupperà nella sezione:

 

Storia del movimento comunista e del suo Partito

 

 

 la freccia nel tempo

Questa rivista è l’espressione di una parte dei compagni appartenenti all’organizzazione “Sul filo rosso del tempo”. Essa sorge dalla necessità di superare ogni riserva e perplessità di fronte all’esigenza di proseguire il lavoro teorico della Sinistra Comunista sciaguratamente interrotto negli anni ’70 col pretesto della (presunta) “fine della fase della restaurazione della teoria marxista”, un tema questo su cui bisognerà ritornare al fine di meglio scolpire il bilancio della crisi che nel 1982 portò all’implosione del “Partito Comunista Internazionale – programma comunista” e che nel 2003 abbiamo sintetizzato nei “31 punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della Sinistra Comunista”, documento cui –pur non negando la necessità delle messe a punto imposte dall’evoluzione dei fatti economici e sociali- noi intendiamo restare fermamente ancorati nello spirito e nella lettera.

Oggi che le residue forze che si richiamano alla Sinistra Comunista sono ridotte ai minimi storici anche rispetto agli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo è del tutto comprensibile che vi siano delle esitazioni di fronte ad un’opera che appare sproporzionata rispetto alla nostra consistenza numerica ed alla qualità stessa dei militanti attuali, che non sono stati temprati dalle battaglie di classe autentiche, ormai remote, degli anni ‘20 di quel secolo, ma sono stati infiacchiti e resi a tratti amnesici da una controrivoluzione imperante da ormai 85 anni. La paura di sbagliare è tanta ed è più che giustificata.

Ma essa non ci autorizza a rinunziare ai nostri compiti senza aver neppure tentato –con tutti i limiti che la situazione storica ancora sfavorevole ci impone- di funzionare come Partito. Noi sappiamo bene di non essere il Partito che dirigerà la rivoluzione comunista: lo abbiamo detto sin dall’inizio del nostro percorso politico quando uscì il primo numero della nostra rivista ([1]) e qui lo ribadiamo aggiungendo qualche precisazione. La denominazione di “Partito” era sproporzionata e non rifletteva la nostra realtà organizzativa anche prima del 1982, quando il P.C. Internazionale raggiunse una discreta consistenza numerica e poi implose. Di più: era sproporzionata e non rifletteva la nostra realtà organizzativa anche nel 1952 quando il “P.C. Internazionalista – il programma comunista” nacque, ed i nostri vecchi compagni lo sapevano molto bene, tanto è vero che parlavano del "vero partito di domani". Cionondimeno essi vollero che sotto la testata "il programma comunista" vi fosse la dicitura "organo del partito comunista internazionalista". Organo del partito che non c'è? Certamente. Così come il Partito, anche quello vero, forte e radicato nella classe operaia, è l’organo di una società –quella comunista- che ancora non c'è. E poi, se accettiamo la dizione "Partito-Marx" (che è della Sinistra) allora dobbiamo accettare che il Partito possa vivere in una sola persona (anzi, dirà altrove la Sinistra, persino in una pagina dimenticata!). Noi quindi non poniamo limiti inferiori alla consistenza numerica che dovrebbe essere esibita da un organismo politico comunista per potersi dichiarare Partito. Detto in altre parole: riteniamo di lavorare in direzione del vero Partito di domani e quindi di dover agire sin d’ora con spirito di Partito. Non è che “per fare un albero ci vuole un albero”, come dissero con sprezzante ironia i liquidatori del Partito nel 1982. Il punto è che se si ammette che nella minima realtà organizzativa di oggi si proietti l’ombra del vero Partito di domani, allora bisogna anche ammettere che, sia pur ridotti ad essere l’ombra di noi stessi, noi non possiamo che continuare ad avere forma di Partito e quindi a presentarci come Partito: l’ombra riproduce la forma, ed anche se essa è evanescente come è evanescente, per l’appunto, un’ombra, questa che spettralmente oggi si aggira per la rete è l’ombra di un Partito. Non è l’ombra di qualcosa d’altro, non è l’ombra di un gruppo informe di politicanti in cerca di un’identità, non è l’ombra di un cenacolo di intellettuali in cerca di successo personale, ma è la proiezione spettrale ma inevitabile in cui le battaglie a venire si saldano con quelle ormai remote del nostro passato. Non ci si meravigli per questa nostra insistenza sugli spettri: grazie alla controrivoluzione siamo regrediti a prima del 1848, quando, per l’appunto, lo spettro del comunismo si aggirava per l’Europa. È quindi “gran tempo che i comunisti espongano apertamente a tutto il mondo la loro prospettiva, i loro scopi, le loro tendenze” e di bel nuovo “allo spettro del comunismo contrappongano il manifesto del partito”. Per uscire da questa fase spettrale dobbiamo insomma ritornare ai cardini della nostra Dottrina che furono scolpiti nel 1848. Funzionare come Partito –sia pure su scala infinitesima, sia pure nell’attesa di passare il testimone ad altri, che meglio di noi sapranno marciare sul binario prestabilito della nostra linea storica- significa quindi anzitutto ricercare la conferma delle nostre posizioni classiche desumendola dallo studio del corso dell’economia, dell’assetto sociale e politico e della stessa ideologia delle classi dominanti. Bisogna riprendere, dunque, a “copiare”.

E “copiare” significa per noi fare oggi esattamente ciò che fece la Sinistra Comunista nel secondo dopoguerra, quando grazie ad uno studio vastissimo scoprì nell’evoluzione economica, sociale e politica delle “cose di Russia” non già la smentita ma la luminosa conferma delle proposizioni marxiste invarianti. La nostra corrente in quello svolto seppe trarre in modo magistrale le “lezioni delle controrivoluzioni”, trasformando la sconfitta pratica subita dal movimento operaio negli anni ’20 in una vittoria teorica. Sarà la storia a decidere se in nostro lavoro attuale e futuro in tal senso porterà a dei risultati utili al movimento di classe o –il che è lo stesso- se tali risultati staranno sul solco della Sinistra o se ne discosteranno. Ciò che qui ci importa è di evidenziare che si tratta di un lavoro ormai non più dilazionabile. Ripetere significa andare oltre. E la “dura opera di restauro della dottrina” rivoluzionaria cui fa riferimento la nostra manchette -è il caso di ribadirlo- costituisce un compito permanente del Partito.

Non sfuggirà infine ai lettori più attenti che la manchette posta sotto la testata ripropone quella originaria del nostro Partito negli anni ’50 e ’60 senza mutarla di una sola virgola. Tale scelta esprime anche sul piano formale la nostra volontà di portare fino in fondo la rottura con il “Nuovo Corso”, che negli anni ’70 manomise persino la presentazione sintetica della nostra linea storica, deturpandola in senso terzinternazionalista. Non ci inchiniamo neppure di fronte alla sedicente “necessità di chiarezza” con cui gli opportunisti si sciacquano sempre la bocca. Secondo costoro, ad esempio, il riferimento a “Livorno 1921” sarebbe troppo criptico e bisognerebbe sostituirlo con “la nascita del Partito Comunista d’Italia”. Sono fesserie: chi ignora Livorno 1921 non sa neppure cosa sia stato il Partito Comunista d’Italia e in che cosa esso si differenziava da quello che sarà poi il Partito Comunista Italiano. E a chi è interessato per davvero a conoscere la storia del movimento operaio non serve la pappa calda e zuccherosa delle enunciazioni facilitate, ma il duro richiamo allo studio del nostro passato.

 


1. Vedasi l’Introduzione ai nostri 31 punti "Per la difesa della tradizione rivoluzionaria della Sinistra Comunista.